09/11/14

Finalmente si parte con il nuovo Sito!

Eccoci pronti alla nuova avventura: questo blog  si ferma qui, ma l'esperienza di Voci dall'Estero prosegue su un sito del tutto nuovo,  Vocidallestero.it , realizzato grazie ai fondi raccolti tra i lettori.


Grazie dunque a tutti voi per averci sostenuto sino in fondo con una pioggia di donazioni, che tutte insieme sono state sufficienti all'impresa! E grazie a Goofynomics che riconoscendo il valore della nostra rassegna stampa internazionale ci ha offerto il prestigioso spazio del Goofy3 per il lancio in diretta del nuovo sito!         

Grazie! Ci avete fatto toccare con mano il vostro apprezzamento e la vostra partecipazione, e questo ci incoraggia e dà un impulso sempre più forte al nostro costante impegno per una ampia e libera informazione, che sfugga al "frame" falsato e martellante dei mass media italiani.
 
Il vecchio blog rimane in rete, ma non verrà più aggiornato, e via via i nuovi articoli saranno pubblicati sul nuovo sito, che speriamo troverete più organizzato nei contenuti e più lineare e leggibile. 

Il team di Voci dall'Estero rimane lo stesso, ma arricchito con nuovi autori e collaboratori. Restiamo aperti, come sempre,  ai lettori che vogliano segnalare articoli o proporre traduzioni.
Continuate a seguirci e a sostenerci, e soprattutto in questa prima fase di lancio contribuite a diffondere il nuovo Voci dall'estero sui social media in modo che entri rapidamente in quota. Buona navigazione a tutti!

07/11/14

The Irish Times: La Lettera di Trichet a Brian Lenihan

The Irish Times pubblica la versione integrale della lettera del Novembre 2010  in cui la BCE minacciava di tagliare i finanziamenti di emergenza al sistema bancario irlandese a meno che l'Irlanda non chiedesse formalmente di entrare in un programma di "salvataggio", con tutte le conseguenze a livello di politiche interne dettate dalla Troika.

 

The Irish Times, 6 Novembre 2014


Jean Claude Trichet, Presidente

Brian Lenihan, Tánaiste e Ministro delle Finanze

Francoforte 19 Novembre 2010

 
Caro Ministro,

Come
già sapete dalla mia precedente lettera del 15 ottobre, la concessione di liquidità di emergenza (ELA) da parte della Banca Centrale d'Irlanda, come da qualsiasi altra banca centrale nazionale dell'Eurosistema, è strettamente monitorata dal Consiglio direttivo della Banca Centrale Europea (BCE) in quanto potrebbe interferire con gli obiettivi e i compiti dell'Eurosistema e potrebbe violare il divieto di finanziamento monetario.

06/11/14

Perché un accademico con la coda di cavallo potrebbe scuotere la Spagna

Come detto spesso, la crisi dell'euro è destinata a stravolgere il panorama politico in Europa (a danno, aggiungiamo, anche di coloro che la crisi hanno contribuito a crearla). L'articolo dell'emittente statunitense CNBC fa il punto sulla sfolgorante ascesa in Spagna del partito euroscettico di sinistra (sebbene sull'eurexit non abbia ancora detto una parola definitiva) Podemos, che, nato solo quest'anno, potrebbe già essere in testa secondo recenti sondaggi d'opinione.


di Katy Barnato – 03 novembre 2014

I timori politici in Spagna si sono focalizzati finora sulle pretese di indipendenza della Catalogna, ma l’ascesa di un nuovo partito di sinistra radicale potrebbe risultare altrettanto destabilizzante.

I banchieri centrali mollano Draghi

Come riportano le fonti della Reuters, mentre Draghi cerca di salvare l’euro ad ogni costo, i governatori nazionali, e in particolare il tedesco Weidmann non sono affatto disposti a tutto. Le indiscrezioni trapelate dalla BCE sui mal di pancia nei confronti dell’ex superMario sono un chiaro segnale: se Draghi non rispetta i diktat dei paesi del centro presto la BCE avrà un nuovo presidente.
                                                                                                       

di Eva Taylor and Paul Taylor, 4 Novembre 2014

Secondo fonti della BCE, mercoledì i banchieri centrali nazionali dell’eurozona intendono sfidare il capo della BCE Mario Draghi su quello che ritengono uno stile gestionale opaco e delle comunicazioni fuori controllo, e lo solleciteranno ad agire più collegialmente.

05/11/14

Pagare per la Produttività

Su Project Syndicate, Laura Tyson* collega la crescente disuguaglianza nella distribuzione dei redditi negli USA a partire dagli anni '70 alla crisi di domanda aggregata che ha reso molto debole l'ultima ripresa a stelle e strisce. Se la distribuzione dei redditi tra capitale e lavoro (e all'interno del lavoro) non diverrà più equa, e il costo del lavoro non sarà agganciato alla produttività, le aziende USA si troveranno ad operare con una forza lavoro sempre meno preparata, una popolazione di consumatori impoveriti e blocchi elettorali sempre più avversi alle esigenze del mondo del business.




di Laura Tyson, 26 Settembre 2014
Una delle tendenze economiche significative - e scoraggianti - degli Stati Uniti negli ultimi 40 anni è stata la stagnazione dei salari reali per la maggior parte dei lavoratori. Secondo un recente rapporto del US Census,  il lavoratore medio di sesso maschile a tempo pieno nel 2013 guadagnava $ 50.033, cifra appena distinguibile dai $ 49.678 del 1973, al netto dell'inflazione
Poiché la maggior parte delle famiglie guadagna la gran parte del proprio reddito dal lavoro, l'assenza di crescita reale dei salari è un fattore importante dietro la stagnazione dei redditi familiari. Il reddito familiare medio dell'ultimo 90% delle famiglie è piatto all'incirca dal 1980. Il reddito reale della famiglia media nel 2013 era dell'8% sotto il livello del 2007 e quasi del 9% al di sotto del picco raggiunto nel 1999. 
La stagnazione dei salari della classe media e dei redditi familiari sono un fattore importante dietro la lenta ripresa dell'economia statunitense dalla recessione 2007-2009, e rappresentano una grave minaccia per la crescita a lungo termine e la competitività. Il consumo delle famiglie conta per più di due terzi della domanda aggregata e la crescita dei consumi dipende dalla crescita del reddito per la parte inferiore del 90%. 

Il periodo di massimo splendore della crescita economica statunitense nei due decenni successivi alla seconda guerra mondiale fu anche un periodo d'oro per la classe media. Il lungo boom degli anni '90, quando gli Stati Uniti godevano di una piena occupazione sostenuta, è stato uno dei pochi periodi negli ultimi 40 anni in cui i redditi sono saliti per ogni quintile della distribuzione del reddito.

Molti economisti influenti sono ora preoccupati che gli Stati Uniti stiano fronteggiando una crescita anemica e una "stagnazione secolare", a causa di un persistente divario tra la domanda aggregata e la piena occupazione. I redditi stagnanti della classe media implicano una debole domanda aggregata, che a sua volta significa un mercato del lavoro fiacco e salari stagnanti per la maggior parte dei lavoratori. In assenza di politiche monetarie e fiscali aggressive per sostenere la domanda aggregata a livello di piena occupazione, il risultato è un circolo vizioso di crescita lenta. 
Due guru della competitività, Michael Porter e Jan Rivkin della Harvard Business School, hanno recentemente avvertito che i redditi stagnanti della classe media indeboliscono le aziende statunitensi in diversi modi. "Le imprese non possono prosperare a lungo, mentre le loro comunità languono", hanno ammonito. A meno che le aziende non si rimbocchino le maniche, "le imprese americane soffriranno di una forza lavoro inadeguata, di una popolazione di consumatori impoveriti, e di grandi blocchi di elettori anti-business".
Porter e Rivkin non chiedono alle imprese semplicemente di pagare di più i loro lavoratori. Invece, stanno spingendo le imprese ad impegnarsi in uno sforzo "collaborativo e strategico"  per migliorare l'istruzione e la formazione al fine di aumentare i livelli di competenza dei loro lavoratori.
Questo è un obiettivo lodevole. Ma, come Porter e Rivkin confermano nel loro sondaggio sui dirigenti d'azienda, le aziende spesso scoraggiano gli investimenti nella formazione per la loro riluttanza ad assumere lavoratori a tempo pieno. Quasi la metà degli intervistati ha indicato che, quando possibile, preferisce investire in tecnologia o in outsourcing a terzi e assumere lavoratori part-time, nessuno dei quali riceve molta formazione supplementare o partecipa al successo a lungo termine della propria azienda. 
C'è anche un risvolto inquietante nell'indagine di Porter e Rivkin, quello per cui sono gli stessi lavoratori, insieme alle scuole americane, che vanno biasimati per la stagnazione dei salari: se solo i lavoratori non fossero così mediocri in matematica e scienze, così mal equipaggiati per il mondo moderno, e così improduttivi, guadagnerebbero dei redditi più alti. 
La realtà è diversa. La produttività degli Stati Uniti è cresciuta ad un ritmo rispettabile per due decenni. Il problema è che i guadagni di produttività non si sono tradotti in corrispondenti aumenti salariali per il lavoratore tipico o nella crescita del reddito per la famiglia tipica.
Secondo la teoria economica standard, i salari reali dovrebbero monitorare la produttività. Come ha documentato Lawrence Mishel del Economic Policy Institute, è stato così dal 1948 fino a circa il 1973. Da allora, i salari reali per il lavoratore tipico sono rimasti piatti, mentre la produttività ha continuato a salire. Mishel calcola che la produttività è aumentata dell'80,4% nel periodo 1948-2011, mentre i salari reali medi sono aumentati solo del 39% - quasi nessuna crescita dei salari si è verificata nel corso degli ultimi quattro decenni. 
È vero, i lavoratori altamente qualificati, in particolare quelli con competenze tecnologiche elevate e un livello d'istruzione da ricercatore, se la sono cavata molto meglio. Ma quella prosperità ha raggiunto solo una piccola élite. 
Dal 1979 al 2012, il salario reale medio è aumentato solo del 5%. Ma i salari reali sono saliti del 154% per l'1% dei lavoratori dipendenti e del 39% per il 5% superiore, mentre i salari reali hanno ristagnato per il 20° percentile inferiore di lavoratori e sono caduti per l'ultimo decile. Infatti, la disuguaglianza nella compensazione del lavoro è stata l'elemento motore più importante della disparità di reddito, tranne che in cima alla piramide di distribuzione, dove i proventi da capitale sono stati più importanti. 
Nel frattempo, i profitti delle imprese sono saliti alle stelle. La quota PIL degli utili societari al netto delle imposte è a un livello record, considerando che la quota del lavoro è precipitata al livello più basso dal 1950.
Una forte crescita della produttività è un importante obiettivo politico. Ma non basta aumentare i salari alla maggior parte dei lavoratori o aumentare il reddito della maggior parte delle famiglie. Ricollegare gli incrementi di produttività agli aumenti salariali richiede sia azioni politiche, come ad esempio l'aumento del salario minimo attraverso una connessione alla crescita della produttività, sia cambiamenti nelle pratiche dei reparti risorse umane delle aziende, come ad esempio un più ampio ricorso a programmi di partecipazione agli utili. 
Tali programmi hanno un appeal intuitivo. I dipendenti che hanno una partecipazione diretta della redditività di un'azienda sono suscettibili di essere più motivati ​​e impegnati, e la rotazione dei dipendenti è probabile che sia più bassa. Questa intuizione è confermata dalla ricerca empirica. 
Circa 20 anni fa, Alan Blinder della Princeton University radunò un certo numero di economisti, me compresa, per esaminare gli studi esistenti sul legame tra la partecipazione agli utili e la produttività. La stragrande maggioranza degli studi ha trovato un forte effetto positivo. Shared Capitalism at Work, un recente libro curato da Douglas Kruse, Richard Freeman, e Joseph Blasi, conferma questa conclusione con prove più recenti.
Varie forme di partecipazione agli utili - compresi i contributi di opzioni e azioni vincolate, premi annuali basati sul profitto, e piani d'investimento per gli impiegati - sono in crescita come percentuale della quota del lavoro dal 1960. Ma la maggior parte dei lavoratori non sono coperti da tali piani, e i maggiori beneficiari sono stati gli amministratori delegati e i top manager, una frazione significativa la cui retribuzione è legata alla produttività, che si riflette nei profitti e nelle prestazioni azionarie. Tali sistemi di retribuzione incentivante hanno spinto gli aumenti fuori misura nella retribuzione dell'1% al vertice della distribuzione dei salari e degli stipendi. 
Gli standard di vita e la competitività economica americani nel lungo periodo non dipendono solo dalla crescita della produttività, ma anche dal modo in cui la crescita viene ripartita. Una più equa ripartizione degli utili per i lavoratori americani e le loro famiglie farebbe molto per affrontare la preoccupante stagnazione dei salari e dei redditi della classe media negli ultimi decenni.

 *l'autrice è stata consigliera nel Council of Economic Advisers del Presidente degli Stati Uniti e Direttrice del National Economic Council sotto l'amministrazione Clinton, ed attualmente insegna alla Haas School of Business all'Università della California, Berkeley. E' editorialista per BusinessWeek, The New York Times e The Washington Post.


Traduzione di Saint Simon

04/11/14

L'Eurobarometro e la Retorica de "La Stampa" sull'Italia confusa perché ormai euroscettica

Le falsità e la retorica dei mass media si fa scomposta:  il nostro @Chemiculture ci ha mandato un commento all'articolo de La Stampa che tratta gli italiani da confusi alla ricerca di formule magiche solo perché il sondaggio dell'Eurobarometro UE rivela che secondo noi l'Euro non è una cosa buona per il nostro paese...  


"Se tutti pensano la stessa cosa, allora qualcuno non sta pensando" ebbe a dire il generale Patton. E da come operano i media oggi, sembra che a non pensare siano in parecchi...

02/11/14

Coppola: L'Oscuro Futuro della Germania

Sul suo blog, Frances Coppola fa una fotografia esauriente e impietosa del trend economico della Germania. Lungi dall'essere la locomotiva europea, la Bundesrepublik ha quasi finito di segare il ramo su cui è seduta e l'intransigenza della sua classe dirigente è ormai il principale fattore di instabilità economica per il mondo intero.


Frances Coppola, 30 ottobre 2014

In Germania l'inflazione sta rapidamente calando. I dati di oggi mostrano un calo della crescita annualizzata dell'inflazione allo 0,7%. E questo avviene nel presunto nucleo forte della zona euro. In periferia, le cose vanno molto peggio. 

John Maynard Keynes è l'economista di cui il mondo ha bisogno adesso

Su BloombergBusinessWeek, un elogio delle politiche keynesiane e di John Maynard Keynes stesso, mai così attuale e necessario come oggi, nella crisi da deflazione che, dopo aver affossato l'eurozona, rischia di diventare globale e in cui le ricette economiche supply-side stanno mostrando tutti i loro limiti teorici e ideologici.


di Peter Coy, 30 Ottobre 2014

C'è un medico in casa? L'economia globale non riesce a crescere, e i suoi custodi stanno andando a tentoni. La Grecia ha preso la  medicina prescritta ed è stata ricompensata con un tasso di disoccupazione del 26 per cento. Il Portogallo ha obbedito alle regole di bilancio e i suoi cittadini sono alla ricerca di posti di lavoro in Angola e Mozambico, perché a casa ce ne sono ben pochi. I tedeschi si sentono anemici nonostante il loro enorme surplus commerciale. Secondo Sentier Research, negli Stati Uniti il reddito di una famiglia media al netto dell'inflazione è del 3 per cento inferiore a quello del momento peggiore della crisi 2007-09. Qualunque sia la medicina somministrata, non sta funzionando. Il capo economista di Citigroup Willem Buiter ha recentemente descritto la politica della Banca di Inghilterra come "un pout-pourri intellettuale di fattoidi, teorie parziali, metodicità empirica senza alcuna base teorica solida, presentimenti, intuizioni e idee sviluppate solo a metà." E questo, ha detto, è anche meglio di quello che altri paesi stanno tentando . 

31/10/14

Wren Lewis: Perchè l’Eurozona ha un Problema Tedesco

Su Mainly Macro Simon Wren Lewis conferma che il problema europeo non è un problema di stati spendaccioni o di mancate riforme strutturali in tutti i paesi tranne che in Germania. Al contrario, è un problema di repressione dei salari nella sola Germania che ha spiazzato tutti gli altri. Purtroppo molti continuano a vedere la Germania come un modello da seguire invece di risentirsi per quanto accaduto e pretendere una riparazione, come sarebbe giusto fare.

di Simon Wren Lewis, 26 Ottobre 2014

Quando, quasi un anno fa, Paul Krugman fece 6 interventi nel giro di 3 giorni che insistevano sulla posizione della Germania riguardo ai problemi macroeconomici dell’eurozona, perfino io pensai che forse stava un po’ esagerando, anche se non c’era nulla in quello che scriveva su cui non fossi d’accordo. Ma visto che la posizione tedesca si è dimostrata intransigente nei confronti dei continui problemi europei, mi sono ritrovato a fare la stessa cosa qualche mese fa (1, 2, 3, 4, 5, 6), anche se a un ritmo un po' più lento. Ora sembra che tutto il mondo (a parte la Germania ovviamente) dica la stessa cosa: ecco un esempio particolarmente chiaro da Matt O’Brien.

F. Coppola: Uragani Finanziari

Sul suo blog, Frances Coppola entra nel dettaglio del meccanismo di quelli che chiama "uragani finanziari", ovvero le crisi al termine dei cicli di boom del credito (ne avevamo parlato recentemente qua), collegandoli con la teoria della moneta endogena.



di Frances Coppola, 25 ottobre 2014

Recentemente ho scritto un post su Pieria a porposito del ruolo (consistente) del mercato degli eurodollari nella crisi finanziaria 2007-8, o meglio nel boom del credito che ha portato alla crisi. Per spiegare il notevole aumento dei flussi bidirezionali transatlantici (in andata e ritorno) dal 1997 al 2007 ho usato questo schema preso dal paper del 2011 di Hyung Song Shin sull' "eccesso bancario globale":

29/10/14

Martin Wolf: Le Riforme non Possono Essere una Soluzione per l'Eurozona

Il coro unanime dei politici, amplificato dai media,  predica la necessità che in Italia si vada a fondo finalmente senza più esitazioni sulle necessarie riforme strutturali, per far ripartire la crescita. Ma  in un editoriale sul Financial Times (di cui riportiamo ampi stralci),  Martin Wolf mette in discussione che le tanto decantate riforme possano veramente essere efficaci per far ripartire l'economia. L'esperienza tedesca infatti dimostra che le riforme Hartz  non hanno spinto affatto la domanda interna e che la crescita in Germania è venuta dalla domanda estera. Il modello che ha funzionato in Germania non è certamente ripronibile per tutta l'eurozona. 



di Martin Wolf, 21 Ottobre 2014

"Una politica che può funzionare per la Germania da sola non può funzionare per una economia tre volte più grande
Le politiche della zona euro possono portare a una robusta ripresa? La mia risposta è: no. E dal momento che nel 2013 la zona euro generava il 17 per cento della produzione mondiale (a prezzi di mercato), la risposta è significativa a livello globale.

28/10/14

Munchau: la stagnazione dell'Eurozona è una minaccia maggiore del debito

Sul FT, Munchau sostiene che le recenti giravolte dei mercati non siano dovute al riaccendersi della paura della crisi del debito nell'eurozona, ma a quella ben più grave della stagnazione secolare, ovvero la crisi permanente da domanda aggregata mondiale debole. E al centro di tale paura c'è proprio l'eurozona, che ormai in deflazione sta diventando il motore di questo scenario. Alla fine, dice Munchau, la scelta dei politici europei sarà tra tre opzioni: l'unione politica, la depressione e la rottura dell'euro. E se la prima è impossibile, le altre due potrebbero anche verificarsi in successione.


Wolfgang Munchau, 19 ottobre 2014
 
Sarebbe sbagliato pensare che le giravolte del mercato globale della scorsa settimana segnalino un ritorno della crisi del debito della zona euro. Lo spread sui titoli sovrani nella zona euro non si è mosso di molto, tranne che in Grecia

AEP: La ripresa trainata dalle esportazioni della Spagna ha un caro prezzo

Mentre i nostri media plaudono alla Spagna sulla mitica via della ripresa, Ambrose Evans-Pritchard del Telegraph osserva come il boom dalle esportazioni lasci dei grossi punti interrogativi sul reale stato di salute dell'economia spagnola: il ricatto della disoccupazione ha costretto i lavoratori ad accettare condizioni di lavoro post-umane, la ripresa guidata dalle esportazioni non avvantaggia i più colpiti dalla crisi, e inoltre sta già svanendo...

 
 

di Ambrose Evans-Pritchard, 25 Ottobre 2014

L'industria automobilistica spagnola è tornata in vita, salvata dai drastici tagli salariali che vanno a trasformare la caratteristica sociale dell'Europa. 

Questo mese, per la prima volta in un decennio, il gruppo francese Renault ha riavviato i turni di notte allo stabilimento di Valladolid in seguito alla forte ripresa della domanda per la sua sgargiante bi-tonale Captur, in gran parte soprattutto dalla Corea del Sud. 

27/10/14

Stress Test: un'altra operazione di copertura sulle banche dell'eurozona

Da Philippe Legrain un commento conciso e diretto sul teatrino degli stress test bancari, che sottolinea da un lato la mancanza di indipendenza del supervisore europeo che si pretendeva dovesse garantire dalla partigianeria dei supervisori nazionali,  e dall'altro l'assurdità di non considerare uno scenario di deflazione, già presente in molti paesi. Insomma un'operazione fasulla e di copertura,  un'altra volta...
   
 
di Philippe Legrain, 26 ottobre 2014  

La valutazione "globale" della salute delle banche della zona euro - l'asset quality review (AQR) così tanto attesa della BCE sulle banche della zona euro e gli ultimi stress test della European Banking Authority (EBA) - concludono che le banche della zona euro avevano un deficit di capitale di soli 24,6 € miliardi a fine 2013 e al momento di solo € 9,5 miliardi. Questo è ridicolmente troppo ottimistico. Valutazioni indipendenti, per esempio del Professor Viral Acharya della Stern School of Business della New York University e di Sascha Steffen della European School of Management and Technology, riportano cifre molto più grandi.

24/10/14

La visione tedesca della crisi dell'euro

Sul suo sito Credit Writedowns, l’economista internazionale Edward Harrison analizza la crisi dell’euro in una prospettiva tedesca. L’atteggiamento intransigente tedesco è dovuto ai timori per le proprie finanze traballanti alla luce di una tendenza demografica molto preoccupante. L’impossibilità di conciliare le diverse esigenze dei paesi costringerà l’Europa a un costante declino, fino al verificarsi di  eventi traumatici, come la rottura dell’unione monetaria. A quel punto sarà forse possibile trovare un nuovo paradigma di sviluppo economico e politico europeo.

di Edward Harrison,  23 Ottobre 2014
I tedeschi sono entrati nell’eurozona per il desiderio di aumentare l’integrazione europea e di rinforzare l’Europa come area economica in concorrenza con gli Stati Uniti. Nonostante questo, siamo in un momento storico in cui la Germania viene accusata di tutte le cose che non vanno bene dell’euro. Penso che i tedeschi si meritino parte delle accuse ma non tutte, e voglio spiegare brevemente perché. Considerate questo scritto come un’aggiunta a quello dell’altro Edward pubblicato prima di questo, ma dal mio personale punto di vista pro-tedesco.

La proposta sul debito di Alberto Montero Soler adottata da Podemos

Dal Blog del prof.  Alberto Montero Soler, una proposta di revisione e ristrutturazione del debito spagnolo che secondo l'economista dovrà necessariamente accompagnare il paese nel suo percorso di uscita dall'eurocrisi e di riconquista della sovranità. La proposta è stata adottata dal nuovo movimento di opposizione Podemos.  Via Kappa di Picche

di Alberto Montero Soler, 20 Ottobre 2014
Questo fine settimana si è svolta l’Assemblea di Podemos a Madrid dove, assieme alla discussione del modello di partito da decidersi con un voto dei sostenitori in questa settimana, si dovevano anche adottare cinque linee di programma per la azione politica del partito, tutte democraticamente decise dagli stessi sostenitori.

Giorni prima, insieme ai miei colleghi Bibiana Medialdea e Nacho Alvarez, preparammo una risoluzione sulla revisione e ristrutturazione del debito che abbiamo avuto l’onore di avere approvata al quinto posto, con quasi il 23% dei voti, dopo quelle sulla pubblica istruzione, la lotta alla corruzione, la difesa della casa come diritto e la difesa della sanità pubblica.

23/10/14

FT: Gli investimenti diretti esteri non sono poi così positivi

Il Financial Times conferma in sordina che gli investimenti esteri non sono quella panacea da ricercare ed esibire come un trofeo da Champions League, ma tutt'altro, rappresentano una passività che deve essere rimborsata (il grassetto è nostro).  Qui una voce dall'Italia che lo spiega molto efficacemente.



Se c'è un argomento su cui i politici di tutto il mondo sembrano essere d'accordo, è che gli investimenti esteri diretti sono una buona cosa.

Le tabelle annuali d
egli investimenti diretti esteri (IDE) sono viste dai governi come i tifosi di calcio trattano la classifica nella Premier League, con i paesi nel gruppo di testa che esultano e quelli in zona retrocessione che sorvolano.

21/10/14

Tre ragioni per cui il Regno Unito non potrà mai entrare nell’eurozona

Su Forbes Frances Coppola spiega le ragioni molto semplici per cui al Regno Unito non potrà mai convenire l’ingresso nell’eurozona. Tali ragioni si concretizzano negli esempi forniti da Irlanda, Cipro e Islanda: le crisi finanziarie colpiscono maggiormente le nazioni che non controllano la loro moneta e non hanno una banca centrale che possa liberamente agire nell’interesse dell’economia nazionale.

 di Frances Coppola, 3 luglio 2014
Ci sono tre ragioni per cui il Regno Unito non potrà mai entrare nell’eurozona. Sono l’Irlanda, Cipro e l’Islanda.

L'Europa sta Flirtando con un Bizzarro Nuovo Tipo di Crisi Economica che non si Vedeva dagli Anni '30

Su Business Insider, una spiegazione semplice e agile sui vari tipi di deflazione e sul perchè l'Europa sta entrando in una spirale deflattiva distruttiva

 
di Mike Bird
L'inflazione sta crollando in tutta Europa. Infatti, in molti paesi, è già negativa. Gli economisti sono sempre più preoccupati che l'intero continente stia per cadere in deflazione. 
 
La maggior parte delle persone non sa bene cosa sia la deflazione. Abbiamo più familiarità con il suo opposto, l'inflazione. Quest'ultima è la condizione in cui i prezzi continuano a salire, il valore del denaro continua a scendere, e le persone finiscono per dover pagare ingenti somme per piccole quantità di merci - come sta accadendo in Venezuela in questo momento

19/10/14

La politica economica in Germania cambia solo quando l'economia 'tocca il fondo'

Marcel Fratzscher su EUobserver afferma che la Germania soffre di hybris e non riesce a vedere i propri guai. Dovrebbe fare investimenti pubblici e privati, ma non lo farà sinché non toccherà il fondo. 



di Marta Orosz, 15 Ottobre 2014
  Berlino La Germania è a rischio di hybris economica, ha detto un importante economista, osservando che il paese non deve pensare di essere invulnerabile, né che l'adesione all'UE lo renda una vittima.
 
Nel suo ultimo libro –
L'illusione della Germania - Marcel Fratzscher, presidente del prestigioso German Economic Research Institute (DIW), sostiene la necessità di un cambiamento nella politica economica di Berlino.

Stiamo Arrivando!

Grazie a tutti voi che ci avete sostenuto, e con un po' di pazienza da parte nostra, ormai ci siamo  ... il nuovo sito è quasi pronto.


Il lancio avverrà durante il Goofy3, e siamo molto felici di questo spazio che ci è stato offerto per lanciare in rete per la prima volta questa nuova impresa, proprio perché è lo spazio che simboleggia nella maniera migliore quella battaglia per l'informazione che stiamo umilmente conducendo sin dal primo inizio della crisi dell'euro. 
Speriamo dunque di incontrarci e condividere dal vivo coi lettori la nascita del nuovo sito e  l'emozione straordinaria di partecipare al Goofy3 ...
 
...e naturalmente non ci dimentichiamo di ringraziare la Squadra Antipude infiltrata nel famigerato Istituto per il suo gentile omaggio, di cui come potete vedere abbiamo fatto buon uso...
   
A presto!

17/10/14

Sapir: Convergenza di Crisi

Su Russeurope il prof. Jacques Sapir analizza le dinamiche del costo del lavoro e della produttività nell'Eurozona, e il risultato è che la famosa "convergenza delle economie" che si sarebbe dovuta realizzare con la moneta unica è solo una "convergenza di crisi". 

  
La questione del costo del lavoro nella zona euro nelle ultime settimane sta attirando molta attenzione. Sulla base dei dati disponibili, di Eurostat e dell'OCSE, cercheremo di chiarire una serie di fatti.

Werner Sinn: Dall’Italia Fuga di Capitali Allarmante

Come riporta il quotidiano tedesco di economia e finanza Handelsblatt, l'Istituto IFO di Hans Werner Sinn ha calcolato che nei mesi estivi c'è stata una grande fuga di capitali dal Bel Paese. (Timori per un'uscita dall'euro? ... ma anche effetti dell'Euroeccesso...)
Dal Blog La Grotta di Matteo Thomann
 

Monaco di Baviera, 15/10/2014
Quest’estate, secondo il presidente dell’istituto IFO Hans-Werner Sinn, gli investitori avrebbero ritirato dall’Italia una montagna di denaro. Come ha riportato il professore di economia martedì sera all’associazione di giornalisti economici Club Wirtschaftspresse di Monaco di Baviera, l’istituto IFO ha calcolato che nel mese di agosto e settembre sarebbe defluito  dal paese in crisi un totale di 67 miliardi di euro. “Questo è un segnale allarmante.”

15/10/14

Deregolamentare il mercato del lavoro: Quanto sono affidabili le analisi delle recenti ricerche FMI?

Mentre in Italia il governo spinge per deregolamentare il mercato del lavoro attraverso il “jobs act”, l’International Labour Organization sgretola la base accademica di questo tipo di riforme. Le ricerche del Fondo Monetario Internazionale che sostenevano l’opportunità, quando non la necessità, di tali riforme si rivelano viziate da molti difetti. Viene così confermato che rendere più facili i licenziamenti non produce aumenti dell’occupazione, nonostante il concetto suoni così piacevolmente controintuitivo.

La ricercatrice Mariya Aleksynska analizza i recenti lavori pubblicati dal Fondo Monetario Internazionale a sostegno delle riforme del mercato del lavoro e di una sua deregolamentazione al fine di ridurre la disoccupazione. Dall'analisi, emergono però diversi errori. Vediamo le parti salienti del testo.

Telegraph: In Italia è cominciata la grande rivolta della Lira (?)

Ambrose Evans-Pritchard sul Telegraph scrive che il Movimento Cinque Stelle italiano ha lanciato il guanto di sfida, chiedendo un referendum sull'euro per fermare la depressione e salvare la democrazia. Noi che stiamo direttamente sul campo, abbiamo invece una visione più disincantata sulla nuova boutade del Grillo, che si conferma ultimo atto di una colossale operazione di gatekeeping, una via impervia  e impraticabile dal punto di vista finanziario e una delle cose più arzigogolate e più  giuridicamente e logicamente contraddittorie che si siano mai viste in politica


di Ambrose Evans Pritchard, The Telegraph, 13 ottobre 2014

In Italia il dado è tratto. Il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo ha lanciato una petizione per il ritiro dell'Italia dall'unione monetaria europea e per il ritorno alla sovranità economica.

"Dobbiamo lasciare l'euro il più presto possibile", ha detto Grillo
nel fine settimana, parlando ad un raduno del suo movimento.

14/10/14

Martin Wolf: Siamo intrappolati in un ciclo di boom del credito

Sul FT, Martin Wolf analizza l'origine delle crisi degli ultimi 20 anni, quella che chiama "la legge di conservazione delle bolle": per riprendersi da una crisi di debito privato, l'economia mondiale ha bisogno di nuovi boom del credito in altre parti del mondo che alimentino la crescita e riducano il debito. Un circolo vizioso incapace di creare una domanda aggregata strutturalmente adeguata alle capacità produttive.



di Martin Wolf, Financial Times,  7 ottobre 2014
La zona euro sembra che stia aspettando il Godot della domanda globale per aggrapparsi al salvagente della sostenibilità del debito
  
Enormi espansioni del credito seguite da crisi e tentativi di gestire le conseguenze sono diventati una caratteristica dell'economia mondiale. Oggi gli Stati Uniti e il Regno Unito forse stanno uscendo dalla crisi che li ha colpiti sette anni fa. Ma la zona euro è impantanata nella stagnazione post-crisi e la Cina è alle prese con il debito che ha accumulato nel tentativo di compensare la perdita dei proventi da esportazione dopo la crisi del 2008. 

13/10/14

Krugman: Europanico 2.0

Il Nobel Paul Krugman sul New York Times applica la legge di Dornbush alla crisi dell'euro: una crisi al rallentatore, ma che può manifestarsi all'improvviso. . . e il grado di confusione mentale è ancora alto.
   

 
di Paul Krugman, New York Times, 11 ottobre 2014
Chiunque si occupi di economia monetaria internazionale ha familiarità con la legge di Dornbusch:
La crisi ci mette molto più tempo di quanto si pensi ad arrivare, ma poi accade tutto molto più in fretta di quanto ci si aspetterebbe.
Ed è così anche con l'ultima crisi dell'euro. Non è molto tempo fa che gli austerians, coloro che hanno dettato le linee della politica macroeconomica nell'area dell'euro, si vantavano proclamando la vittoria basandosi su un modesto aumento della crescita. Poi l'inflazione è crollata e l'economia della zona euro ha cominciato a vacillare – e, cosa forse più importante, tutti hanno guardato di nuovo ai fondamentali e si sono resi conto che la situazione rimane estremamente grave.

12/10/14

Stanco di questo mondo guidato dal mercato? Sarebbe sano.

Sul The Guardian il commento a un bel libro di psicologia sociale sulla lotta per l'identità in una società basata sul mercato:  la truffa del neoliberismo è che ha eroso proprio quegli stessi valori che avrebbe dovuto premiare.


Dal blog di George Monbiot, The Guardian

Essere in pace con un mondo inquieto: questo non è un obiettivo ragionevole. Può essere raggiunto solo attraverso un disconoscimento di ciò che ti circonda. Essere in pace con se stessi all'interno di un mondo inquieto: questa, al contrario, è un'aspirazione onorevole. Questo spazio è per chi si sente in contrasto con la vita.  Invita a non vergognarsi. 

11/10/14

La "De-dollarizzazione" della Russia abbatte il debito a un record di quasi $ 53 miliardi

Via Zero Hedge alcuni rapidi dati sulla critica situazione in cui versa la Russia a causa delle gravi sanzioni imposte dall'Occidente. . .
  

Zero Hedge - Nonostante la rassicurante narrativa che gira in Occidente secondo cui la Russia deve affrontare dei "costi" ed è sempre più "isolata" a causa delle sanzioni per il suo intervento in Ucraina, i dati più recenti suggeriscono una realtà ben diversa. 

In primo luogo, nel Q3 (3° trimestre, ndt) i deflussi di capitali hanno rallentato sensibilmente (da 23,7 miliardi di dollari nel Q2 a 13 miliardi nel Q3) e a settembre sono stati registrati degli afflussi di capitali, per la prima volta dal settembre 2013

09/10/14

Telegraph: Il Modello Tedesco è Fallimentare per la Germania e Letale per l’Europa

Ambrose Evans-Pritchard del Telegraph commenta ferocemente la "scoperta" (recentemente pubblicata sullo Spiegel) che il modello tedesco non solo è disastroso per il resto del mondo, ma dannoso anche per la stessa Germania; fa anche un opportuno riferimento al gigantesco problema della dinamica demografica tedesca.



di Ambrose Evans-Pritchard 8 ottobre 2014

Il Canale Kaiser Wilhelm a Kiel si sta sbriciolando. Lo scorso anno le autorità locali hanno dovuto chiudere il collegamento tra il Baltico e il Mare del Nord per due settimane, una cosa che non era mai successa nemmeno durante le due guerre mondiali. Le chiuse avevano ceduto.
 
Le grandi navi sono state costrette a circumnavigare lo Skagerrak, con l’imposizione di sovrapprezzi d’emergenza. Il canale è stato chiuso nuovamente il mese scorso perché le cateratte non funzionavano, danneggiate dalla costante pressione delle pale d’elica. È una saga interminabile di problemi, il risultato di aver tagliato all’osso gli investimenti, e di aver ridotto i fondi di manutenzione da 60 miliardi di euro a 11 miliardi di euro l’anno nel 2012.

L’ammissione shock di Deutsche Bank: l'Euroeccesso è il modello per la previsione del trend globale

Zerohedge segnala un importante report di George Saravelos di Deutsche Bank  che lancia il modello dell' "Euroeccesso" come base per la previsione delle tendenze dell'economia globale nel prossimo futuro: il gigantesco avanzo delle partite correnti dell'Eurozona associato alla mancanza di domanda interna comporterà un enorme deflusso di capitali dall'Europa, e il QE non servirà a niente se non a rinforzare questo squilibrio globale.  
          

Via George Saravelos di Deutsche Bank:

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Euroeccesso: una nuova fase di squilibri globali

 Questo report sostiene che sia la “stagnazione secolare” che la “normalizzazione” sono modelli incompleti per comprendere il mondo post-crisi finanziaria. Invece, l’“Euroeccesso” – gli squilibri globali creati dall’enorme avanzo delle partite correnti dell’eurozona – sarà l’elemento chiave del resto di questo decennio.

07/10/14

Summers sul FT: Perché gli investimenti pubblici sono un “pasto gratis”

Sul Financial Times Larry Summers ripropone la politica fiscale del deficit spending come via per uscire dal debito: gli investimenti pubblici in infrastrutture riducono il carico del debito sulle generazioni future, mentre i mancati investimenti lo aumentano...



di Lawrence Summers, ex Segretario di Stato americano e Professore all’Università di Harvard

Si è scherzato sul fatto che l’acronimo dell’IMF [FMI] sia “It’s Mostly Fiscal” [“è per lo più fiscale”]. Il Fondo Monetario Internazionale è stato per molto tempo un fiero sostenitore dell’austerità quale via d’uscita dalla crisi, e ogni anno fustiga decine di paesi per la loro mancanza di disciplina fiscale. Il consolidamento fiscale – un eufemismo per i tagli alla spesa pubblica – è un marchio di fabbrica dei programmi di salvataggio del Fondo. Un anno fa il FMI ventilava l'idea che gli USA avessero un deficit pubblico del 10% del PIL.

06/10/14

Krugman: Ordoaritmetica

Sul New York Times il premio Nobel Krugman spiega l’assurdità della tendenza europea a imitare il “modello tedesco”. La strategia suggerita è che tutti i paesi dovrebbero fare deflazione interna, tagliare i salari, ottenere così un vantaggio competitivo, ed iniziare ad avere giganteschi surplus commerciali. E’ una strategia assurda, un gioco a somma zero, ma questo non impedisce a molti di propagandarlo.
Francesco Saraceno è furioso e costernato dalle parole di Hans-Werner Sinn, che sostiene, tra le altre cose, che la deflazione nel sud Europa è necessaria per ristabilire competitività. Perché non inflazione in Germania invece, chiede Saraceno?

05/10/14

Le azioni della BCE verso Irlanda e Italia sono uno scandalo costituzionale, ma ancora nessuno è stato chiamato a risponderne

Dal suo blog sul Telegraph, A. E. Pritchard  ricorda i due gravi episodi trapelati di recente - le pressioni della BCE sull'Irlanda e il famoso colpo di stato italiano - mettendone in evidenza con forza la gravità dal punto di vista costituzionale. Dovremmo temere questa UEM, una mostruosità autoritaria che sfugge al controllo democratico.




di
3 Ottobre 2014
Così alla fine viene fuori la verità. Al culmine della crisi finanziaria la Troika UE/FMI - in realtà la BCE - ha costretto lo Stato irlandese ad assumersi le forti passività delle banche anglo-irlandesi e di altre banche.
 
La BCE ha minacciato di staccare la spina al sistema bancario irlandese, in violazione del suo dovere fondamentale di agire da prestatore di ultima istanza, a meno che il contribuente irlandese non si assumesse le intere perdite.

Telegraph: Il QE di Draghi è troppo poco per i mercati ma troppo per la Germania

Un commento di Ambrose Evans Pritchard sul Telegraph sottolinea - come avevamo già osservato - che la resistenza della Germania sta tagliando le gambe a Draghi e alle sue manovre di politica monetaria - che comunque non risolverebbero.



2 Ottobre 2014
Mario Draghi, presidente della BCE, sembra incapace di ottenere il sostegno della Germania al suo piano di stimoli da un 1 trilione di
 
Le borse europee hanno subito in un giorno solo il più ripido crollo da 15 mesi a questa parte, dopo che la Banca centrale europea ha ritirato il suo impegno per un blitz di stimolo da 1 trilione di € e non è riuscita a chiarire la scala del quantitative easing.